Dicci se verrai
CINEMINO CLANDESTINO
Cinque documentari. Cinque lunedì sera. Una sola domanda: come si resiste a chi controlla le immagini, l’informazione, le idee?
Il Cinemino Clandestino traccia una mappa, dal sabotaggio mediatico degli anni Novanta fino alle battaglie sul copyright nell’era digitale, passando per le infiltrazioni nei palazzi del potere e il détournement situazionista.
I. Il nome come arma – Identità collettiva e sabotaggio mediatico
Lunedì 13 aprile · Luther Blissett – Informati, credi, crepa (Dario Tepedino, 2019)
Si comincia dalle origini. Negli anni Novanta, in Italia, un gruppo di artisti, attivisti e provocatori adotta un nome collettivo, Luther Blissett, e lo trasforma in uno strumento di guerriglia culturale. Falsi scoop, beffe ai media, operazioni di disinformazione consapevole: il progetto Luther Blissett non attacca il sistema con slogan o cortei, ma con la sua stessa logica. Usa i media contro i media, l’informazione contro l’informazione.
È il punto di partenza obbligato: prima di capire come si smonta il mondo dello spettacolo, bisogna capire come funziona, e chi per primo ha trovato le falle.
II. Il teatro del reale – Performance, infiltrazione e satira politica
Lunedì 20 aprile · The Yes Men Fix the World (Bichlbaum, Bonanno, Engfehr, 2009)
Lunedì 27 aprile · La société du spectacle (Guy Debord, 1974)
Il secondo momento della rassegna mette a confronto due modi di smascherare lo spettacolo del potere: uno attraverso l’azione diretta, l’altro attraverso la teoria.
The Yes Men Fix the World porta a compimento la logica del sabotaggio mediatico: il duo di attivisti si presenta alle conferenze internazionali nei panni di dirigenti di Dow Chemical e dell’OMC, annuncia risarcimenti miliardari per le vittime di Bhopal, propone di trasformare i caduti in Iraq in hamburger energetici. L’assurdo diventa credibile perché il sistema è già assurdo, e i media abboccano ogni volta.
The Society of the Spectacle è il contrappunto teorico: Guy Debord costruisce il suo film esattamente come costruiva le sue idee, attraverso il détournement, il montaggio di immagini rubate alla pubblicità, al cinema, alla televisione, riutilizzate per dire il contrario di ciò per cui erano state prodotte. È il 1974, ma il testo, e il film, parlano di oggi con una precisione che fa paura.
Insieme, i due film pongono la domanda centrale della rassegna: lo spettacolo può essere sovvertito dall’interno, o bisogna cambiare il palcoscenico?
III. La cultura come bene comune – Copyright, mercato e creatività radicale
Lunedì 4 maggio · Exit Through the Gift Shop (Banksy, 2010)
Lunedì 11 maggio · Good Copy Bad Copy (Johnsen, Christensen, Moltke, 2007)
La terza sezione affronta il nodo che lega tutte le precedenti: chi possiede le immagini, i suoni, le idee?
Exit Through the Gift Shop è la più ambigua e forse la più geniale della rassegna. Banksy, il più famoso artista anonimo del mondo, racconta la storia di un videomaker che lo segue ossessivamente, salvo poi reinventarsi come artista di successo senza aver mai fatto nulla di originale. È un documentario sulla street art, ma anche una trappola: una riflessione corrosiva su cosa succede quando la creatività radicale viene assorbita dal mercato, su come il sistema riesce a vendere persino la propria critica.
Good Copy Bad Copy chiude il cerchio con una domanda pratica e urgente: in un’epoca in cui tutta la cultura è copia, remix, campionamento, mashup, chi ha il diritto di decidere cosa è lecito? Il film gira il mondo tra produttori di musica brasiliani, pirati nigeriani e giuristi americani, costruendo un ritratto del conflitto tra copyright e creatività che è, in fondo, il conflitto tra chi vuole privatizzare la cultura e chi vuole che resti comune.
Ingresso libero. Salotto di Miranda, Torino.
