13 Aprile 2026
20:30
Salotto di Miranda
Cinque documentari. Cinque lunedì sera. Una sola domanda: come si resiste a chi controlla le immagini, l’informazione, le idee?
Il Cinemino Clandestino non ha una tesi da dimostrare. Ha una mappa da tracciare insieme — dal sabotaggio mediatico degli anni Novanta fino alle battaglie sul copyright nell’era digitale, passando per le infiltrazioni nei palazzi del potere e il détournement situazionista.
Lunedì 13 aprile · Luther Blissett – Informati, credi, crepa (Dario Tepedino, 2019)
Si comincia dalle origini. Negli anni Novanta, in Italia, un gruppo di artisti, attivisti e provocatori adotta un nome collettivo — Luther Blissett — e lo trasforma in uno strumento di guerriglia culturale. Falsi scoop, beffe ai media, operazioni di disinformazione consapevole: il progetto Luther Blissett non attacca il sistema con slogan o cortei, ma con la sua stessa logica. Usa i media contro i media, l’informazione contro l’informazione.
È il punto di partenza obbligato: prima di capire come si smonta il mondo dello spettacolo, bisogna capire come funziona — e chi per primo ha trovato le falle.
Lunedì 20 aprile · The Yes Men Fix the World (Bichlbaum, Bonanno, Engfehr, 2009)
Lunedì 27 aprile · La société du spectacle (Guy Debord, 1974)
Il secondo momento della rassegna mette a confronto due modi di smascherare lo spettacolo del potere: uno attraverso l’azione diretta, l’altro attraverso la teoria.
The Yes Men Fix the World porta a compimento la logica del sabotaggio mediatico: il duo di attivisti si presenta alle conferenze internazionali nei panni di dirigenti di Dow Chemical e dell’OMC, annuncia risarcimenti miliardari per le vittime di Bhopal, propone di trasformare i caduti in Iraq in hamburger energetici. L’assurdo diventa credibile perché il sistema è già assurdo — e i media abboccano ogni volta.
La société du spectacle è il contrappunto teorico: Guy Debord costruisce il suo film esattamente come costruiva le sue idee — attraverso il détournement, il montaggio di immagini rubate alla pubblicità, al cinema, alla televisione, riutilizzate per dire il contrario di ciò per cui erano state prodotte. È il 1974, ma il testo — e il film — parlano di oggi con una precisione che fa paura.
Insieme, i due film pongono la domanda centrale della rassegna: lo spettacolo può essere sovvertito dall’interno, o bisogna cambiare il palcoscenico?
III. La cultura come bene comune — Copyright, mercato e creatività radicale
Lunedì 4 maggio · Exit Through the Gift Shop (Banksy, 2010)
Lunedì 11 maggio · Good Copy Bad Copy (Johnsen, Christensen, Moltke, 2007)
La terza sezione affronta il nodo che lega tutte le precedenti: chi possiede le immagini, i suoni, le idee?
Exit Through the Gift Shop è la più ambigua e forse la più geniale della rassegna. Banksy — il più famoso artista anonimo del mondo — racconta la storia di un videomaker che lo segue ossessivamente, salvo poi reinventarsi come artista di successo senza aver mai fatto nulla di originale. È un documentario sulla street art, ma anche una trappola: una riflessione corrosiva su cosa succede quando la creatività radicale viene assorbita dal mercato, su come il sistema riesce a vendere persino la propria critica.
Good Copy Bad Copy chiude il cerchio con una domanda pratica e urgente: in un’epoca in cui tutta la cultura è copia, remix, campionamento, mashup — chi ha il diritto di decidere cosa è lecito? Il film gira il mondo tra produttori di musica brasiliani, pirati nigeriani e giuristi americani, costruendo un ritratto del conflitto tra copyright e creatività che è, in fondo, il conflitto tra chi vuole privatizzare la cultura e chi vuole che resti comune.
Ingresso libero. Salotto di Miranda, Torino.